La parola è il dono più prezioso e, nello stesso tempo, più pericoloso, che DIO ci ha fatto. Si tratta di usarla con cura. Vi sono parole Killer, parole che abbracciano, parole pietre, parole che mettono le ali e parole macigno. Incominciamo a conoscere le parole proiettile per conoscerle e toglierle immediatamente dalla circolazione.

“Ma che figlio abbiamo”, “questa me l’attacco al dito”, “tanto sei sempre lo stesso”, “hai la testa piena di segatura”, “va al diavolo”, “ti spacco il muso”, “sei un disastro”, “perché non sei nata maschio?”, “di te non ne possiamo più”, “come hai potuto essere così stupido”, “Balenottera” (riferito ad un’adolescente in carne), “Carta velina” (riferito ad una ragazza mingherlina), “tappo” o “funghetto” (dette ad un adolescente minuto), “Ossicino” o “canna da pesca” (dette ad un ragazzo allampanato). Per favore, buttiamo subito nella pattumiera queste parole nere, parole contundenti! Il loro effetto negativo è pesantissimo talora irreparabile.

Un fatto reale. Tutti lo chiamavano “ciccione” e “palla di lardo”. Solo il nonno gli voleva bene. Ma un giorno il nonno muore. Allora Marco, un ragazzo toscano di 13 anni si toglie la vita impiccandosi, senza lasciare una parola. Il fatto è avvenuto nel Giugno 1998.

Sì: uccidiamo le parole che uccidono”

Non solo non c’è una sola ragione che le giustifichi. Ma quelle sono parole che nascondono pericolosissime insidie. Lasciano un pessimo ricordo. Una ferita si dimentica più che un insulto!

Accanto alle parole-pallottole vi sono anche frasi altrettanto pericolose e deleterie. Per essere concreti fino in fondo, facciamo l’elenco di quelle che ci sembrano le principali.

“Questo è solo uno scarabocchio. Ora ti faccio vedere io come si fa”

Non è bene parlare in questo modo. Almeno fin verso i cinque anni di età.

Con queste parole si rischia di far sentire il bambino un incapace, si rischia di fargli perdere la fiducia in se stesso.

Giustamente una famosa psicologa osserva: “fino ad una certa età (cinque- sei anni) occorre lodare il figlio, fargli dei complimenti, solo più tardi, quando sarà grandicello, si può intervenire con correzioni di carattere tecnico”

“Vuoi più bene alla mamma o al papà?”
Il bambino non capisce simile domanda: si sente figlio allo stesso modo di entrambi i genitori

“Se fai così, mi fai morire”

Non si educa colpevolizzando o spaventando: si educa ragionando e amando disinteressatamente

“Ecco , vedi! Te l’avevo detto!”
Quando il bambino sbaglia diventa più sensibile. Non è bene caricare ancora più la dose: Farlo sentire ancor più cattivo! E’ meglio dirgli: ”Hai voluto fare di testa tua e non ha funzionato, non ti pare? Pazienza! Anch’io ho imparato sbagliando. D’ora in poi, fa’ più attenzione a quello che dico”

“Guarda come è bravo tuo fratello: lui mangia gli spinaci, tu no!”

Due sono le ragioni che ci invitano ad evitare questa frase. La prima è il fatto che creare emulazione, quasi sempre, da’ esiti perniciosi:provoca risentimento e invidia. La seconda ragione è il fatto che, parlando in quel modo,si trasmette al figlio l’idea che deve essere come gli altri. Idea tra le più sbagliate e pericolose!

Siamo tutti unici e irrepetibili. Gli scienziati ci sbalordiscono dicendoci che da un atto generativo solo di mamma e papà possono nascere individui diversi l’uno dall’altro quanti sono gli atomi del mondo! Incredibile, eppure vero. In termini religiosi, potremmo dire la stessa cosa facendo notare che Dio è scarso in matematica: sa solo contare fino ad uni, poi ritorna da capo. Infatti non fa mai due uomini identici! L’omologazione crea ragazzi pecore, ragazzi mimetizzati e indistinti come i pezzi della marmellata. Via dunque questa frase!

Nel prossimo numero considereremo le parole –carezze ossia le parole buone.

(Suor Nives)

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